2008/12/04

Ed è subito natale

A M. Pumo, grazie per l'ispirazione

Ognuno sta solo sul cuor della terra..,
la slitta di babbo natale!:
ed è subito natale

2008/08/04

Piedi d'asfalto

Ok. Proviamo un attimo a fare i blogger seri.
Domani parto. Vado a Sarajevo. Cioé prima in Croazia al mare e poi a Sarajevo. Mi tiro dietro quattro amici.
Ho passato quasi tutto luglio a Milano. Mi sono maturato (?!) il primo. Ho visto tanti film e tanta bella gente, che poi il giorno dopo partiva.
Il 26 luglio era un anno dal trasloco: quindi il 23 era un anno meno tre giorni - 363 giorni - che quel che dovrebbe riempire i miei scaffali colmava le mie scatole, non figurate. Hah! (scherno) A un anno intero, non c'è arrivato.
Invece l'altro ieri era un anno pieno da che non mi taglio i capelli.

Sempre l'altro ieri mi è venuta un'idea per un racconto. Ma domattina parto. Per questo sono qui alle tre di notte: per lasciare se non altro un primo "episodio" (eh già - ripiegare sull'episodico è un lusso che-- mi permetto?).
Quindi basta fare i blogger seri! ed ecco questo brano in pregiato stile "irritante".

Piedi d'asfalto
a Chinatown - Prima parte

Scalpore: e interrogativi, e un dilemma lacerante di natura etica (soprattutto) e (tra i più "sgamati" o cinici - se mi si permette) funzionale, nell'opinione pubblica: quo bono?!, impiantare un uomo vivo sull'Incrocio? Lo chiamavano l'Incrocio, perché era un incrocio; ma una lieve flessione vocale lo faceva monumentale, di maiuscolità, e quindi: l'Incrocio. Che tirasse sopra di sè tutti quanti i media lo promuoveva di grado, in un mondo gerarchizzato, cosicché asserire che era una specie di uomo medio, o mediocre, o recluta semplice degli incroci, era scarsissimo rispetto, dacché la flessione; e la grandiosità. Questo l'ha creduto un giornalista, o una cosa simile, presumo almeno. «L'Incrocio: SPETTACOLARE.»
Era quello fra viale Lazione e la via Pio Bove ricca di cespi, proseguenti in via Curiazio celebre sede del Liceo Boito molto prestigioso classico a indirizzo "orientale", a due passi da via Sarpi: cuore e arterie della misteriosa fascinosa Chinatown milanese. Proprio qui si consumava la follia di un esperimento psicologico inaudito, con spettatori inconsapevoli un palazzo color gambero con le tegole cromate, come scaglie, uno grigio pesce di lago con giù il calzolaio, e poi il giardino buttato lì sprecato mezzo inutilizzato del liceo, e altri; silenziosi, ma dagli la bocca, n'avrebbero da raccontare (così diceva il bisnonno, ovvero - la buonanima sua). Il giorno concordato dalle autorità era il tre di agosto, per levarsi subito la stagione calda.
Mormorava tuttavia il pubblico di carne e... spirito, e si muoveva chi più irruente chi più mi-sgranchisco-le-gambe, meditando: «io resisto due minuti, ma come fa il po'raccio, ma perché»; taluni individui e tamarri col cappelletto esortavano e incitavano, mentre i concreti disapprovavano, i più "antagonisti" con fortissime bestemmie da taverna. E i poliziotti. In tutto un migliaio all'Incrocio per lo spettacolo, o sacrificio. Alle tre arriva la vittima, il bue volontario, circondato dai tutori della legge in divisa blu e da qualche scienziato, vi ometto i funzionari municipali catarifrangenti giallo o arancio: è uno Zeno Mariotti, bassoccio e magroccio senza barba, e senza alcun ritegno; lo faceva per i soldi. Sei mesi sull'Incrocio uguale tanti euro, ma se sgarri, o rinunci, metti il piede fuori, ZERO euro: anzi paghi la condizionale, questi i termini, sì. (Il contratto comunale doveva più o meno recitare così, è una ricostruzione accurata.)
Uno scienziato col camice intriso del più bieco sudore strascinava, col supporto di una carrucola, una specie di cannone al plasma, con delle... strutture tubolari, boh, e pannelli solari - chiaro, v'era difetto di cavi e farlo andare a pile, ce ne vorrebbero di assurde: enormi - finché collocò con cura il marchingegno nel punto scelto, baricentro dell'incrocio trapezoidale. «Adesso non guardate; o i danni alla vostra retina potrebbero essere irreparabili», disse maestoso, e indossati gli ampî occhiali protettivi l'interruttore spostò con un sol dito.
Non ho veduto il raggio al plasma: ora ho due occhi sani e due bambini sani; grazie a Dio e faccio gli scongiuri. Un amico dei miei ha sbirciato, e pure ci vede come un'aquila; è sterile sì come un mulo, ma probabilmente il plasma e annessi sono irresponsabili: cioè scevri d'ogni colpa o fallo. Mi racconta talvolta, nelle gelide serate d'inverno con sua moglie e non madre (o scevra, lei, d'ogni maternità) - quando sediamo sul divano blu della stanza verde e ci versa della vodka a flusso generoso - che quel raggio era così, oh così potente, e luminoso, che vi aveva fondato un sistema quasireligioso per cui quel plasma "condensava" l'entelechia; ...o conteneva comunque la vita inglobata, perfetta in atto: che lui non aveva in potenza, di donare. Era il suo piccolo segreto e consolazione esistenziale. Al che io: cosa non fa la gente per tirare avanti, quando l'infertilità è la dimensione sostanziale del tuo esserci! Povero! Dice anche che l'asfalto si scioglieva e colava come del vero burro "maschio", rigoglioso di buon grasso animale: che lo spalmi e puoi quasi sentire i muggiti, solidi e baritonali. (E anche qui lo psicanalista ci si butta a pesce e ci sguazza pure.)
Beh: «Vi concedo nuovamente il dono della vista» sclamò più o meno il camice sudoroso, a operazione conclusa. A fianco lo Zeno Mariotti si fletteva frenetico e si piegava, mentre una cinese gli diceva di star fermo un attimino, e tirava dolcissimi schiaffetti impazienti sui piedi nudi: c'era da ricoprirli d'uno spesso strato di glassa gelida - ne reggeva una porzione abbondante nel palmo sinistro - per prevenire le più serie ustioni; la premurosa. L'unzione si protrasse pastosa, per un denso quarto d'ora: alle quattro e qualcosa era tutto pronto e allestito per bene: qualche sospiro, tre passi meccanici, e affonda le caviglie nel bitume bollente. Accolte da un gorgoglio festoso.
Un medico da lato accorre con un foehn speciale, o grosso asciugacapelli, per risolidificare presto l'asfalto.

(continua)

2008/07/27

Inviluppato nella rete sociale!

Dopotutto sono finito anch'io a drogarmi di social networking. (Passerà.)
Comunque Anobii è proprio bello, e dopo aver rimesso a posto la mia reale libreria - svuotando dopo un anno gli scatoloni di camera mia :D - ci stava di trasporre tutto a una virtuale.

La mia pagina è http://www.anobii.com/oannes/books.

2008/07/21

Queneau, now peximized

(Pensato originalmente per Pittime, lo presento con qualche variazione noir)

Esercizi di stile. Pessimità

Il detective Jonhson saltò con un balzo proprio all'ultimo momento sulla piattaforma dell'autobus della linea S, proprio quando ormai stava per partire, e stava per richiudersi violentemente la portiera. Maledizione!!! pensa, visto che la mia auto ce l'ha il meccanico dopo che si è distrutta nell'inseguimento, sono costretto a usare un normale mezzo pubblico di trasporto.... Sì: quando si vive una vita spericolata spesso è difficile riabituarsi ad avere a che fare di nuovo con le quotidianità di una vita di tutti i giorni!
La rabbia e l'irritazione incontrollabile svanirono però subito appena guardò intorno lo scenario di desolazione urbana, e trasversalmente sociale (senza distinzione se sei un "Paperone" straricco sfondato pieno di quattrini, o un povero in canna, ma tutti facciamo parte di questo degrado: ammettiamolo!), che gli si offriva agli occhi nel bus, e si percepiva proprio una sorta di alienazione, a tal punto che davvero si perdevano come nel vuoto delle coscienze irrimediabilmente infrante degli uomini quelle famose parole "siamo tutti fratelli" e che "nessun uomo è su un'isola". (anzi dato che siamo in città un'isola... pedonale!!). Ma proprio allora uno strano personaggio sospetto catturò tutto a un tratto la sua attenzione: aveva un collo lungo tipo tacchino e indossava sopra la faccia da teppistello un cappello stranissimo con una cordicella, e vide che si lamentava con un altro e gli diceva che lo pestava (l'altro, il tizio più vecchio) apposta. Poi però si siedette all'improvviso su di un posto liberatosi, e Jhonson non ci pensò più, anche perché non lo conosceva, sebbene gli ricordava qualcuno.
Però comunque quella faccia tutta pallida e consumata lo tormentava senza tregua nei pensieri; ma se n'era appena dimenticato, quando due ore più tardi gli riapparve proprio quell'uomo misterioso, vicino alla Gare Sant Lazzare (una delle stazioni più grandi di Parigi, ma anche in generale). Non può essere una coincidenza! pensò, e come sappiamo bene che il suo intuito spesso è giusto.
Si avvicinò per poter spiare di nascosto quello che gli stava dicendo un altro tizio che gli si era avvicinato, e sentì che gli sussurrava di alzare un bottone sul soprabbito (probabilmente, anzi abbastanza senza dubbio una parola d'ordine) e gli passava in mano una cosa. Poi purtroppo non riuscì più ad ascoltare la loro conversazione senz'altro molto sospetta, ma le indagini dovevano proseguire: e quando il detective Jonsohn trova una pista, lo sapete tutti quanti che il crimine non paga mai!

2008/06/05

Il concetto del perfett(issim)o

(Una piccola poesia per la progressiva pessimizzazione della cultura)

Il concetto del perfett(issim)o

Attendi. Nel meningo non mi fingo
Un corpo pingue d'arbore completa,
Se l'oculo non colse, e non conserbo
Che un pezzo ruvido di secco legno,
Non altro dal pinocchio del Gieppetto,
Di pioppo. Sì la pièta del prelato
È oppio per il populo, che il troppo
Approccia con gran foga, per la droga
Grondante d'arroganza, il poco ingegno
Ch'è quello d'un pajaccio dell'umano,
E abbraccia goffo spettro; sì Tomasso
Col pentodo sentiero, et il Descarte
Illuse sé, ma tu rispetta il segno:
Il cerchio che ricerche ha foggia d'ovo.

2008/03/03

Verità in pillole

Oannes è vero uomo e vero pesce, freschissimo.
E questa era una pillola di verità.
Passando ad altro, ho postato pochi giorni fa la prima parte di Bear Mountain, romanzo breve a episodi pubblicato - a rilento - sul giornale del Liceo Manzoni di Milano. Il primo capitolo l'ho steso e risteso quasi un anno fa, quindi considerate che prima o poi dovrò rivederlo.
Al momento cinque capitoli sono stati scritti. Se qualcuno (oltre a me, ché non è che abbia programmato proprio tutto) avesse impellenza d'una chiave di lettura, ascolti/sfogli (a seconda del medium): The Family and the Fishing Net di Peter Gabriel, citata nel secondo episodio; Paperino e un Natale sul Monte Orso di Carl Barks; la storiellina di Don Juan e del convitato di pietra.
Queste sono le soddisfazioni di un blogger, sciorinare insight come se qualcuno ne chiedesse!

2008/02/27

Bear Mountain (I)

Ultima revisione: 2007/05/12
BEAR MOUNTAIN

A nessuno piace andare dal medico! Non sorprendeva che, alla soglia dello studio di uno specialista, a un individuo tremolassero le mani, e inspirasse ed espirasse profondi e ampî respiri.
Invece doveva sorprendere! Questi era conscio di essere sano alla maniera dei pesci. Aveva svolto un check-up completo un mese prima, alla clinica privata San Gallo, e la visita fissata per le 16:30 era puramente pretestuosa. A essere sinceri al cento per cento, si erano manifestati a Ivan, solo due giorni innanzi, i redivivi sintomi d'una gastrite; fosse stato quello lo studio di un gastroenterologo, non l'avrebbe ripugnato un piccolo controllo. Ma la targhetta non concedeva dubbi: Cardiologo al Vostro servizio.
Quattro e mezza: «Avanti il prossimo», Ivan inspira, entra, espira. Ambiente scarno, dettagli minimal-chic, fotografie e certificati al muro, e tante penne sponsorizzate. C'era anche quella viola e gialla del Nexium®, un oggetto d'arte praticamente. Anche il dottore comunque era inserito gradevolmente nella stanza. Era un uomo grosso: ma di un'imponenza non fastidiosa.
Ivan spacca la quiete: «Professor Mengele?»
«Chiamami Giuseppe, ragazzo», rideva come Babbo Natale o come molti anziani grassi e buoni. Controlla gli orari, «Ivan?»
«Dottor», pausa, «Giuseppe Mengele?», con il tono di un americano che si risveglia nella Britannia dell'ottavo secolo.
Il dottore ride ancora. «Non ti preoccupare: condivido due cose con il baffuto dottorone nazista, e sono i mustacchi e l'amore per il Brasile».
«E il nome», lo corregge.
«Allora sono tre», e un po' contrariato appunta qualcosa sull'agendina. Si trattava probabilmente di questa informazione.
«E la professione, fanno quattro».
Ivan, feticista dell'inopportunità. Ciascun secondo d'imbarazzato silenzio, l'assapora come gustasse ciliegie dolcissime. «Niente, che so, esperimenti su esseri umani, sterminio degli ebrei, eccetera?»
«Sono un uomo essenzialmente innocuo». Allora la placida figura del medico assume i contorni d'una belva leggendaria, gli occhi di bronzo, le unghie daghe eburnee, tensione estatica e tenebrosa, memoria di riti stregoneschi, strilla «T'amputo gli arti!» con la voce d'un Satanasso. Vola dal trono infernale, le nocche chiuse dell'ostile istinto guerriero all'altezza delle nari, sangue! zampilla, sangue! Terra impregnati, o madre immensa e severa!
«Ragazzo, davvero non hai sense of humour», piagnucola col palmo colmo del suo sangue. «Aiutami a ricomporre la frattura».
«Io non glielo tocco il naso, è sporco di sangue». Orgasmico.
Le imprecazioni del dr. Mengele soffocano nel liquido cremisi, che sgorga ancora a fiotti, e si spengono nella toilette. Per una frazione d'ora Ivan s'impegna a tamburellare ritmi Bossa Nova con le falangi e a fissare un curioso dagherrotipo.
Spunta un naso impacchettato nelle garze. «Vedo che hai notato quella vecchia foto», ma notato suonava più come dotato.
«Per essere precisi è un dagherrotipo», che artista!, «Ma chi è l'uomo accanto a lei?»
Mengele alzò all'immagine due occhi melancolici, si tamponò le narici, cominciò «Quello, ragazzo», pausa, «è un grand'uomo». La tensione ascende secondo tempistiche sapientemente calibrate, «Quello», la suspense all'apice, «è Don Diego de la Vega», climax!, «il fuorilegge conosciuto come Zorro».
Ivan sbigottisce, «Zorro non esiste! È come», fa per dire Babbo Natale, ma teme che il medico gli sveli essere quella la sua identità segreta, «come l'Olandese Volante, Guglielmo Tell, Omero!»
«Ignorante», viene schernito, «L'inautenticità di Guglielmo Tell è tutta da dimostrare».
Cucù, cucù, cucù, il tempo che ognor picchia alla tomba. «Ti restano dieci minuti, Ivan, e ancora non mi hai detto che cos'hai»; e davvero il paziente successivo calpestava il marciapiede dietro l'angolo.
«Da dove salta fuori il cucù?», roteava il collo in tutte le direzioni, pavido e curioso.
Il dottore estrasse da un cumulo una penna a sfera. «La penna-orologio Aggrenox®», fa scattare un bottoncino, «me l'hanno mandata settimana scorsa dalla Boehringer Ingelheim». La rispedì nell'angolo, «I sintomi?».
La voce di Ivan si spezza lievemente, le gote arrossano. «Dottor Mengele, ho le palpitazioni al cuore», se l'era proprio escogitata bene!, «Ecco, proprio qui».
«Cor pulmonale, forse. Dovremo rimuovere l'organo nella sua totalità».
Divertente, ma Ivan doveva proseguire l'esposizione. «Cor innamorato, piuttosto»; quale lirismo appassionato!
«Prego?», e stritola in pugno una biro Sensipar®.
L'altro con impeto conclude, «Chiedo sua figlia in sposa». Era il modo corretto di finire? Un accenno a proseguire, «Certamente», poi esita, il tutto è rovinato.
«Se è uno scherzo, io», l'avrebbe allontanato sgarbatamente dall'ufficio.
«È tutto verissimo! Le giuro che la amo, e» viene impedito.
«Allora è a posto. Se anzi per la stagione natalizia che s'approssima non hai impegni, m'aggraderebbe ospitarti nella mia baita sul Monte Orso, così da approfondire il nostro legame». Pacato e monotono, come il suo omonimo di Günzburg avrebbe potuto, prescrivendo iniezioni di veleni in pelli virginee.
Così, un matrimonio s'aveva da fare, che giubilo. «Non so come ringraziarla, dottor Mengele».
«Chiamandomi Giuseppe e accettando il mio invito».
«E dimmi, Giuseppe, posso portare i miei quattro nipoti?». D'un tratto il dottore fu sepolto da una cupola di ghiaccio.
«Quanti anni hanno?», nervosismo. Dodici, nove, sette e quattro, il responso; così era. «Quello di quattro anni lascialo a me».
«Sta bene», Ivan impassibile. S'accommiata, gli ultimi istanti del loro incontro fatti cristallo, granuli di silice sigillati in una boccia, annegati in un profumo incolore. L'orologio sinistramente ticchetta, zero uno due cinquantanove, zero uno due cinquantanove. Cinque e mezza: «Avanti il prossimo». Un paziente morituro, Mengele gli mente.
Termine dell'orario di lavoro.
«Barnardo, ti prego, prendi questi soldi. Vai dal sarto, commissionagli vesti invernali. E recati nel vicolo dei pittori, acquista vernice color del marmo. Questo Natale dovrò salire sul Monte Orso».

Fine del primo episodio